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Scopo di questo post è contrastare una diffamazione a mio danno, in rete da 6 mesi e a me nota solo da pochi giorni.
Una blogger di splinder ha trovato un mio post in myblog, le è sembrato che fosse razzista verso i napoletani, ne ha estrapolato alcune parole, decontestualizzandole, e sulla base di queste ha messo in rete la calunnia che Pioggiamarea (il nick che uso in myblog) abbia scritto un post contenente spregio per la cultura napoletana e razzismo.
Fraintendere un post non è una colpa; è invece grave colpa tacciare pubblicamente una persona di razzismo senza alcuna fondatezza.
(Un nick corrisponde a una persona, non ad un pc, e inoltre nei miei blog io ci sono anche con nome e cognome).
Quella blogger non ha ritenuto doveroso, prima di diffondere discredito a mio danno, appurare il senso del mio post né accertare il preteso razzismo (le sarebbe bastata una rapida occhiata alla banda laterale del mio blog per ricredersi).
Mi ha giudicata pubblicamente senza elementi, senza mai essere entrata prima nel mio blog, senza sapere nulla di me, e alle spalle ; e dal suo pulpito accusa me di pregiudizio e ignoranza!!!
Ha pure indotto in errore molti suoi commentatori, di cui si sono aggiunte le relative conseguenti ingiurie a mio carico.
Tutti possiamo sbagliare, e io concedo sempre la possibilità di riparare: perciò sono stata comprensiva, e le ho solo chiesto di inserire una rettifica all’interno del post diffamatorio.
Lei ha invece scritto un nuovo post in cui si scusa di avere mal interpretato (cosa questa di cui non c’è da scusarsi), ma in cui giustifica in tutta disinvoltura il suo astenersi da verifiche prima di giudicare; in cui ha ritrattato seppur sommariamente, ma ben sapendo che chi trova in rete il post diffamatorio non legge quello con le scuse.
Simile persistere nella superficialità e nella faciloneria mi disgusta.
E mi ripugna l’idea di tornare nel suo blog a verificare se ha provveduto infine alla rettifica chiesta: e non vi tornerò.
Ormai la sua riparazione non mi interessa più. Provvedo dunque in prima persona, per quel che posso.
Non paleso chi sia quella blogger perché il mio intento non è colpire lei: non è importante lei, bensì che in rete ci sia anche la verità su di me riguardo questa spiacevolissima faccenda.
Riporto qui invece, nella sua interezza, il mio pensiero “frainteso”, titolo l’acqua, pubblicato il 22/02/09 in lasposadimessercosimo.myblog.it
“Tu si ‘na funtanella immiezo a’ via... Ognuno vene a beve e se ne va”
Tu sei una fontanella in mezzo alla strada... Ognuno viene a bere e se ne va.
Sono versi di una canzone napoletana.
Niente di che. Solo roba napoletana, niente altro che munnezza.
C’è forse in essi qualche significato per cui far spreco di pensiero?
Non c’è nemmeno da chiedersi se qualche volta è la fontanella ad aver sete.
Basta un minimo di sensibilità d’intelletto, o un po’ di dimestichezza con le letture, per cogliere nell’ultimo rigo il senso del pensiero espresso.
Si tratta infatti di un costrutto retorico la cui chiave di interpretazione è proprio nell’ultimo rigo; essendo costrutto brevissimo, la chiave può stare in posizione finale.
Si può rimanere perplessi sul significato, ma che esso sia di amarezza, e non di offesa, è palese.
Inoltre nella banda laterale del mio myblog sono evidenti i titoli della “roba napoletana” che io stessa scrivo.
N.B. In questo blog in splinder sono poco presente, perciò i commenti sono chiusi. Chi volesse però trovarmi clicchi qui.
Non sono comunque richiesti commenti a questo post.
La notte è per i prodigi, è delle Streghe.
La notte è della memoria e del dolore.
Sulla soffitta il giorno cala il suo torpore;
ma nel buio la porta, così ben serrata, si spalanca:
ogni cosa riposta si disfa della polvere degli anni e rotola giù dalla scala,
e invade le stanze.
Vanamente i Bianchi Cavalieri della Saggezza e della Serenità
respingono i Draghi del Dolore e della Memoria: il campo è loro.
E per il cuore non c'è che strage.
Oh, ma va pure via Saggezza, con le tue rughe e la tua inutilità.
E vai via anche tu Serenità: non sei che un sedativo.
Vieni pure Memoria, e vieni Dolore: il prezzo è alto, ma la Passione respira.
E Io finalmente sono.
Anna R. De Santis 27/03/08
“Esercitazioni - dedicato alle vittime della propria legittima difesa”
di Anna R. De Santis (dep. 23/01/08 tutti i diritti riservati)
Seduto sul letto, in pigiama, Peppino scarica la pistola.
Mariuccia trascina il cavalletto carico del mucchio dei panni da stirare:
- Meglio che lo scanso. Se poi non mi ricordo che sta qua… ci urto. Vado a prepararmi.
Ciabattando esce dalla camera.
Peppino, con movimenti cauti per via della sciatica, si cava i pedalini e si sistema sotto le coltri:
“Speriamo che stavolta si conci meglio… La riconosco sempre subito…!”
Dal salotto si spandono in tutto l’appartamento, uno dopo l’altro, i dodici rintocchi della pendola e la notte lentamente si avvia a farsi più fonda.
E poi c’è il solitario rintocco dell’una. Sotto il neon in cucina, Mariuccia drizza di scatto il capo andato giù nel sonno.
Sbadiglia. Si alza. Esce nel corridoio e vi accende la luce.
Si ferma davanti allo specchio a figura intera: pagnottelle sui fianchi e pancia… tali e quali, pur sotto l’ampio maglione nero e i calzoni neri. Sospira. Si toglie di tasca il collant e ne calza una gamba sulla testa. Vi infila una mano a scansare i capelli dalla faccia. Accomoda per bene sulla spalla la gamba del collant vuota.
Spegne la luce e torna in cucina. Prende la spadina di Zorro di suo nipote e il tegamino, preparati sul tavolo. Attraversa il corridoio, verso la camera da letto, attenta a non far rumore.
Sente Peppino russare. Si accosta al letto, al suo fianco. Alza le braccia: in una mano il tegamino e nell’altra la spadina. Lascia cadere il tegamino.
All’improvviso rumore Peppino apre gli occhi e, nel chiarore proveniente dalla cucina, distingue la nera figura brandente la lama. Estrae dalle coltri il braccio destro e le punta la pistola contro:
- Ti avviso che sono armato.
- Dove sono i soldi? - domanda Mariuccia facendo la voce grossa.
- Ti avviso per la seconda volta che sono armato.
- I soldi o ti ammazzo - insiste la moglie agitando la spadina di Zorro.
- Ci sono centosettanta euro nel… Basta - tira fuori le gambe, infila le pantofole posando la pistola sul comodino, si alza ed esce dalla camera.
Mariuccia sfila il collant, si china a raccogliere il tegamino e lo segue in cucina.
Seduto al tavolo, Peppino allunga la mano a prendere il bricco e vi guarda dentro: un avanzo di caffè c’è. Lo beve e accende una sigaretta.
Mariuccia posa la spadina di Zorro e il tegamino sul tavolo; siede a sua volta:
- Be’, però… ti sei controllato bene. Non hai sparato!
- Non ho sparato perché ti ho riconosciuta subito anche stavolta.
- Mi riconosci perché già lo sai e non ti spaventi. Devo farti paura quando non te l’aspetti.
- Dovrei allora tenere sempre la pistola scarica… E se intanto vengono i ladri?
- E allora?
- Allora non lo so - sospira Peppino - Se non sono armato e arrivano i ladri… ci possono ammazzare. E se sparo al momento sbagliato… Vedi quanti anni di galera si deve fare quello dell’ultimo piano!
- I suoi ladri sono stati veramente bravi - considera Mariuccia annuendo con la bocca in giù - Lo hanno voluto mettere nella paura e nella paura l’hanno messo.
- Eh… mica son ladri da niente! Sanno come fare per spaventarti a morte.
- Lui ha avuto paura che lo torturassero come quelli del quarto piano.
- No, Mariù… Ha avuto paura che lo ammazzassero come quelli del secondo piano. E non ha capito più niente. Tanto era spaventato che non ha riflettuto che ormai stavano andando via. Ha preso la pistola e ha sparato. Ma non si deve far così. Tu sei la vittima… tu puoi sparare solo dopo esserti accertato che stai proprio per essere ammazzato e solo nel momento quando stai proprio per essere ammazzato. Se lo fai un poco prima o un poco dopo… non vale. Che ci sei stato messo di proposito, nella condizione di non poter ragionare, non conta. Lui ha fatto la brutta figura di aver sparato per le cose che gli stavano portando via.
- Eh…! - sospira Mariuccia - Un conto è uccidere per prendersi le cose di un altro, e un conto è uccidere per non far prendere le proprie cose. E’ diverso.
Peppino lentamente scuote il capo:
- Mica sei un delinquente che se uccidi si capisce che non è colpa tua ma… del coso… come si chiama? Ah! Il sistema.
- A proposito… Dopodomani è un anno che hanno ammazzato quelli del primo piano. C’è la Messa. Quanto si fecero i loro ladri? Non ricordo se…
- Rischiavano di farsi cinque mesi in carcere e un anno a casa - risponde l’uomo - Ma spiegarono di aver ammazzato solo perché si erano spaventati quando la signora svegliandosi aveva urlato, e si son fatti un mese e mezzo. A casa. Ne hanno profittato per dare un’imbiancata.
- Un mese e mezzo… Mmh… mezzo mese a morto.
- No. Un mese per il marito e mezzo per la moglie.
- E per il papà di lui niente? - stupisce Mariuccia.
- Aveva un tumore… ricordi? Sarebbe morto comunque.
- Ah… ecco.
Peppino spegne il mozzicone nel posacenere e si alza:
- Eppure devo farcela a mettermi paura! E’ necessario che io impari a riuscire a ragionare anche mentre sono spaventato a morte. Se no, che gli dico al giudice? Che non ero capace di intendere e di volere in quel momento? Io sono la vittima… per me non vale questo.
- Le ho provate tutte. Non so come fare per spaventarti. Tu mi riconosci sempre.
- Ma che ci posso fare…! - allarga le braccia Peppino - Forse non va bene il tegamino.
Tornati in camera, Mariuccia si toglie i panni di scena. Il silenzio è interrotto da un tonfo.
- Cos’è stato? - chiede Peppino.
- E’ sopra. Hanno cominciato a fare esercitazione pure loro.
- Cosa usano?
- Il vocabolario. Tanto il figlio è morto e non gli serve più - alza le spalle la donna.
- Non furono i ladri però… Fu messo sotto da un povero ubriaco, vero?
- Macché! Lo ammazzarono i compagni, a scuola. Ragazzate.
FINE

Pioggia gelida (e acida) su tutti gli uomini.
E ombrellini colorati per le donne.
(Chiarisco: non ce l'ho con i maschietti. Vanno benissimo così come sono. Ma un po' di dispettosità non nuoce)
E che donna sarei se non mi intrigassero i prìncipi?
Omosessualità. Si deve per forza farne tragedia?
scritto da Anna R. De Santis
(dep. 03/04/2008: tutti i diritti riservati)
Le due tazzine fumanti sul vassoietto, la signora apre la porta:
- Marce’, il caf…
E il vassoietto, inox, non la finisce più di vibrare sul pavimento fra i cocci delle tazzine.
Marcello e Romoletto, staccatisi un po’ troppo tardi dall’abbraccio, fissano il loro caffè sul pavimento: sta là come sul luogo del delitto resta il lago di sangue.
- Ch’è successo?
La donna si gira al marito accorso, giornale in mano e occhiali calati fino all’estremo del naso, e risponde afona:
- Se stavano a bacia’… Se stavano a bacia’… L’ho visti io… Co’ st’occhi l’ho visti… Se baciavano come du’ innammorati…
- Piantala… - dice lui - Ce lo sai che se vonno bene come du’ fratelli! Se so’ dati un bacetto e tu stai a…
- No… che bacetto… Come du’ innammorati te sto a di’! L’ho visti co’ st’occhi…
- Sta bona… Ora metto tutto a posto. In questi casi… bisogna parla’. Mo’ ce parlo… e sistemo tutto. So’ giovani… ponno sbaglia’… Va de llà… Qua ce penso io.
- Nun li mena’, sa’…!
- Ma va de llà! Du’ pezzi de Marcantonio… li meno…!
- Vado a rifa’ il caffè - e raccoglie il vassoietto - Coll’altra macchinetta… pure pe’ noialtri.
“… Purtroppo i matrimoni hanno tutti… qualcosa di rozzo: guastano le relazioni più delicate, e questo, in realtà, non dipende da altro se non dalla goffa sicurezza di cui fa sfoggio per lo meno una delle parti. Tutto diventa ovvio, e sembra che ci si sia sposati solo per andarsene poi ciascuno per la propria strada”.
detto da un personaggio ne Le affinità elettive di J.W.Goethe.
Già. Spesso, più che punto di partenza, se ne fa punto di arrivo: una volta raggiunto… ciascuno prosegue per suo conto. E solo dopo aver percorso ben lungo tratto ci si accorge di trovarsi su strade diverse.