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lasposadimessercosimo.myblog.it è un altro mio blog e solo in parte posto le stesse cose in quello e in questo. La citazione da Macbeth ieri ho voluto postarla anche qui come anti-imbecillus.
In quell'altro mio blog, uno stupidotto, dopo aver cercato di offendere me, ha osato prendersela nel modo più vile con un mio ospite.
Be'... non mi è stato facile pigiare la tastiera con gli artigli completamente fuori.
Diciamo che... l'ho ridotto un poco a strisce.
Non vorrei disturbare i Santi per quell'insulso, e quindi chiedo a Macbeth di tenerlo lontano da me, visto che quell'anima meschina scrive Gesù con la minuscola ma non osa né pronunciare né scrivere il nome Macbeth per timore di malasorte. Quando la coscienza non è pulita... !
Oppresso dalla colpa del suo delitto, Macbeth dice:
"Mi è sembrato che una voce gridasse: 'Non si dormirà più. Macbeth ha ucciso il sonno' ... l'innocente sonno, il sonno che ravvia le scomposte trame degli affanni, morte quotidiana della vita, bagno ristoratore della fatica, balsamo delle anime dolenti, seconda portata nel grande banchetto della natura, primo nutrimento nel festino della vita... "
da Macbeth di W. Shakespeare
Forse non si distinguono, ma ci sono delle paperelle nell'acqua.
E come vorrei starci anch'io!
Vorrei essere una paperella nell'acqua. Qualcuno dice che lo sono.
Oggi ho un poco di malinconia.
Il mio rapporto con l'ermetismo resta conflittuale. Ma le poesie di Ashurado valicano il conflitto. E questo è quanto.
I pvt velenosi non mi sfiorano nemmeno la coda.

tempera Anna R. De Santis
I Draghi del Dolore e della Memoria
Sono stata un poco assente.
Un bacio a tutti gli amici bloggers, e un po' alla volta verrò a salutarvi tutti a casa vostra.
Via, non prendetela così... non scappate!

In questi giorni sto avendo poco tempo da trascorrere in rete. Inoltre devo impiantare un wireless (con due bei ceri accesi ai lati del monitor affinchè vada tutto bene).
Ma presto tornerò a rompere gli stivali a tutti.
"... Era veramente di una bruttezza mostruosa, e aveva di essa coscienza, peggio anzi: un tragico invasamento.
Sempre cupo, raffagottato, non levava mai gli occhi in faccia a nessuno, forse per non scorgervi il ribrezzo che la sua figura destava; rispondeva con brevi grugniti, a testa bassa e insaccato nelle spalle.
I lineamenti del suo volto parevano scontorti dalla rabbiosa contrazione che gli dava la fissazione della propria mostruosità."
da "L'esclusa" di L. Pirandello
Spesso la bruttezza in noi è interiore, e scoprirla in noi può darci dolore. Ma spesso a questo dolore si mescola il piacere.
E allora può accadere che, invece di coltivare la bellezza in noi, ci crogioliamo nel compiacimento della nostra mostruosità.
"- Non mi piace vantar la mia figliola, ma certo non si trova tanto spesso una creatura così bella... Quando non aveva che quindici anni, c'era un giovanotto tanto innamorato di lei... Non la chiese, ma scrisse per lei dei versi, e molto graziosi anche.
- E così il suo affetto ebbe fine - interruppe Elizabeth impazientemente - Più di un amore, credo, è stato soffocato allo stesso modo. Chissà chi fu il primo a scoprire l'efficacia della poesia per scacciare l'amore!
- Io ho sempre considerato la poesia alimento dell'amore - disse Darcy.
- Può darsi che lo sia, di un amore sano e forte... Ma se si tratta di una passione ancor debole e tenue, sono convinta che anche un solo sonetto, per buono che sia, basterà a farla morire di fame. "
da Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen
Non sempre, non in ogni caso, ma accade spesso che una poesia significhi fissare in cornice, con lo spillo, una farfalla.
19 giugno
In realtà non ce l'ho con la poesia, ma mi sento frustrata dall'ermetismo più o meno sempre presente nelle poesie.
Anche se ne comprendo le ragioni, mi pare sempre un modo di dare senza dare.
E oggi, almeno qui da me, pioverà.

Faccio filone.

per gentile concessione dell'artista Fiore Cagnetti
riproduzione non consentita
a.r.d.
"Franz aveva dodici anni quando il padre abbandonò la madre all'improvviso. Il ragazzo intuì che era accaduto qualcosa di grave, ma la madre velò il dramma dietro parole misurate e neutre, per non turbarlo. Quello stesso giorno erano andati in città e Franz, uscendo di casa, si era accorto che la madre aveva ai piedi scarpe diverse. Rimase confuso, voleva farglielo notare, ma allo stesso tempo temeva in quel modo di ferirla. E così aveva passato due ore con lei in giro per la città e per tutto il tempo non aveva potuto staccare gli occhi dai suoi piedi. Allora, per la prima volta, aveva cominciato a capire che cos'è la sofferenza."
da "L'insostenibile leggerezza dell'essere" di M. Kundera

Maria Luisa, Regina di Spagna
Quando Ti Tormentavi
infante
sul Tuo Trono
gia' al Popolo emanavi cosa avrebbe avuto in seguito
tempi di esili porteranno a Roma
oh Mia Principessa
senza piu' corona
e Bonaparte
ti ha definito 'signora'
ma semplicemente
lui ancora ti adora,
dai
parlami di Te
di quel che c'e' nei giardini dell'Est
dove sorge Versailles
dai
vieni con me
non morirerai mai
morirero' io per te'
la vita
e' questo perche'
Tu Regina
ed io Re
nei giardini dell'Est.
di Raimondo Loriga , poeta, scrittore
tempera di A.R.De Santis
A.R.D. Anna R. De Santis pioggiadimarzo pioggiamarea racconti poesie pittura
sono su La sposa di messer Cosimo.myblog.it
Sono stata invitata ad inserire in volobliquo il piccolo componimento del mio precedente post, "I Draghi del Dolore e della Memoria", e ora è anche là.
Non ci avevo nemmeno fatto caso che potesse essere poesia. Lo avevo scritto di getto, e non mi ero chiesta cosa fosse.
Sono contenta come i fiorellini qui sotto.
Trovarmi in "volobliquo" non è facile perchè non vi è indice alcuno,
si può però cliccare qui
La notte è per i prodigi, è delle Streghe.
La notte è della memoria e del dolore.
Sulla soffitta il giorno cala il suo torpore;
ma nel buio la porta, così ben serrata, si spalanca:
ogni cosa riposta si disfa della polvere degli anni e rotola giù dalla scala,
e invade le stanze.
Vanamente i Bianchi Cavalieri della Saggezza e della Serenità
respingono i Draghi del Dolore e della Memoria: il campo è loro.
E per il cuore non c'è che strage.
Oh, ma va pure via Saggezza, con le tue rughe e la tua inutilità.
E vai via anche tu Serenità: non sei che un sedativo.
Vieni pure Memoria, e vieni Dolore: il prezzo è alto, ma la Passione respira.
E Io finalmente sono.
Anna R. De Santis 27/03/08
“Esercitazioni - dedicato alle vittime della propria legittima difesa”
di Anna R. De Santis (dep. 23/01/08 tutti i diritti riservati)
Seduto sul letto, in pigiama, Peppino scarica la pistola.
Mariuccia trascina il cavalletto carico del mucchio dei panni da stirare:
- Meglio che lo scanso. Se poi non mi ricordo che sta qua… ci urto. Vado a prepararmi.
Ciabattando esce dalla camera.
Peppino, con movimenti cauti per via della sciatica, si cava i pedalini e si sistema sotto le coltri:
“Speriamo che stavolta si conci meglio… La riconosco sempre subito…!”
Dal salotto si spandono in tutto l’appartamento, uno dopo l’altro, i dodici rintocchi della pendola e la notte lentamente si avvia a farsi più fonda.
E poi c’è il solitario rintocco dell’una. Sotto il neon in cucina, Mariuccia drizza di scatto il capo andato giù nel sonno.
Sbadiglia. Si alza. Esce nel corridoio e vi accende la luce.
Si ferma davanti allo specchio a figura intera: pagnottelle sui fianchi e pancia… tali e quali, pur sotto l’ampio maglione nero e i calzoni neri. Sospira. Si toglie di tasca il collant e ne calza una gamba sulla testa. Vi infila una mano a scansare i capelli dalla faccia. Accomoda per bene sulla spalla la gamba del collant vuota.
Spegne la luce e torna in cucina. Prende la spadina di Zorro di suo nipote e il tegamino, preparati sul tavolo. Attraversa il corridoio, verso la camera da letto, attenta a non far rumore.
Sente Peppino russare. Si accosta al letto, al suo fianco. Alza le braccia: in una mano il tegamino e nell’altra la spadina. Lascia cadere il tegamino.
All’improvviso rumore Peppino apre gli occhi e, nel chiarore proveniente dalla cucina, distingue la nera figura brandente la lama. Estrae dalle coltri il braccio destro e le punta la pistola contro:
- Ti avviso che sono armato.
- Dove sono i soldi? - domanda Mariuccia facendo la voce grossa.
- Ti avviso per la seconda volta che sono armato.
- I soldi o ti ammazzo - insiste la moglie agitando la spadina di Zorro.
- Ci sono centosettanta euro nel… Basta - tira fuori le gambe, infila le pantofole posando la pistola sul comodino, si alza ed esce dalla camera.
Mariuccia sfila il collant, si china a raccogliere il tegamino e lo segue in cucina.
Seduto al tavolo, Peppino allunga la mano a prendere il bricco e vi guarda dentro: un avanzo di caffè c’è. Lo beve e accende una sigaretta.
Mariuccia posa la spadina di Zorro e il tegamino sul tavolo; siede a sua volta:
- Be’, però… ti sei controllato bene. Non hai sparato!
- Non ho sparato perché ti ho riconosciuta subito anche stavolta.
- Mi riconosci perché già lo sai e non ti spaventi. Devo farti paura quando non te l’aspetti.
- Dovrei allora tenere sempre la pistola scarica… E se intanto vengono i ladri?
- E allora?
- Allora non lo so - sospira Peppino - Se non sono armato e arrivano i ladri… ci possono ammazzare. E se sparo al momento sbagliato… Vedi quanti anni di galera si deve fare quello dell’ultimo piano!
- I suoi ladri sono stati veramente bravi - considera Mariuccia annuendo con la bocca in giù - Lo hanno voluto mettere nella paura e nella paura l’hanno messo.
- Eh… mica son ladri da niente! Sanno come fare per spaventarti a morte.
- Lui ha avuto paura che lo torturassero come quelli del quarto piano.
- No, Mariù… Ha avuto paura che lo ammazzassero come quelli del secondo piano. E non ha capito più niente. Tanto era spaventato che non ha riflettuto che ormai stavano andando via. Ha preso la pistola e ha sparato. Ma non si deve far così. Tu sei la vittima… tu puoi sparare solo dopo esserti accertato che stai proprio per essere ammazzato e solo nel momento quando stai proprio per essere ammazzato. Se lo fai un poco prima o un poco dopo… non vale. Che ci sei stato messo di proposito, nella condizione di non poter ragionare, non conta. Lui ha fatto la brutta figura di aver sparato per le cose che gli stavano portando via.
- Eh…! - sospira Mariuccia - Un conto è uccidere per prendersi le cose di un altro, e un conto è uccidere per non far prendere le proprie cose. E’ diverso.
Peppino lentamente scuote il capo:
- Mica sei un delinquente che se uccidi si capisce che non è colpa tua ma… del coso… come si chiama? Ah! Il sistema.
- A proposito… Dopodomani è un anno che hanno ammazzato quelli del primo piano. C’è la Messa. Quanto si fecero i loro ladri? Non ricordo se…
- Rischiavano di farsi cinque mesi in carcere e un anno a casa - risponde l’uomo - Ma spiegarono di aver ammazzato solo perché si erano spaventati quando la signora svegliandosi aveva urlato, e si son fatti un mese e mezzo. A casa. Ne hanno profittato per dare un’imbiancata.
- Un mese e mezzo… Mmh… mezzo mese a morto.
- No. Un mese per il marito e mezzo per la moglie.
- E per il papà di lui niente? - stupisce Mariuccia.
- Aveva un tumore… ricordi? Sarebbe morto comunque.
- Ah… ecco.
Peppino spegne il mozzicone nel posacenere e si alza:
- Eppure devo farcela a mettermi paura! E’ necessario che io impari a riuscire a ragionare anche mentre sono spaventato a morte. Se no, che gli dico al giudice? Che non ero capace di intendere e di volere in quel momento? Io sono la vittima… per me non vale questo.
- Le ho provate tutte. Non so come fare per spaventarti. Tu mi riconosci sempre.
- Ma che ci posso fare…! - allarga le braccia Peppino - Forse non va bene il tegamino.
Tornati in camera, Mariuccia si toglie i panni di scena. Il silenzio è interrotto da un tonfo.
- Cos’è stato? - chiede Peppino.
- E’ sopra. Hanno cominciato a fare esercitazione pure loro.
- Cosa usano?
- Il vocabolario. Tanto il figlio è morto e non gli serve più - alza le spalle la donna.
- Non furono i ladri però… Fu messo sotto da un povero ubriaco, vero?
- Macché! Lo ammazzarono i compagni, a scuola. Ragazzate.
FINE